Quando mi sono interrogata su cosa significasse per me: «What makes us human» nell’era dell’intelligenza artificiale, istintivamente ho pensato allo sguardo, unico e irripetibile, di ogni persona. Gli occhi, da sempre considerati «lo specchio dell’anima», costituiscono una cifra insostituibile dell’umano: non ne esiste un paio uguale all’altro, nell’aspetto e nella luce, e ciascuno parla di un vissuto, profondo e personale, che un algoritmo, per quanto accurato e preciso, non sarà mai in grado di restituire.
Per esprimere quest’intuizione ho deciso di prendere ad esempio gli occhi di mio nonno, una persona a me familiare, che ha visto tanto nella vita, e ho cominciato a mettere alla prova l’AI per vedere, fino a che punto, fosse in grado di sostituirli, generandone svariati sul suo viso. I diversi risultati ottenuti mi hanno portato a ulteriori livelli d’osservazione e di riflessione simbolica che ho cercato di sintetizzare in un percorso di cinque immagini, dove la prima prima, il suo sguardo autentico, scattato in prima persona, apre la strada alle altre ottenute invece tramite un trapianto artificiale.
Partendo dalla seconda, gli occhi, verosimili se visti distrattamente, mostrano invece una pupilla di forma innaturale e irregolare, una caratteristica piuttosto comune nei volti generati dall’AI. Inoltre, tra tutte le immagini create, ho scelto proprio questa perché il soggetto ottenuto, non guardando in camera, mi ha suggerito che in fondo gli occhi generati dall’intelligenza artificiale non hanno, e mai avranno la possibilità, di incrociarsi con la lente di un fotografo, in quanto privi d’esistenza reale. A questo aspetto ho collegato la terza immagine dove degli occhi, socchiusi, tornano a guardare in camera ma per rivelare ancora di più la loro assenza vitale: essi appaiono vuoti, spenti, con una resa che stona col viso ospite ma che soprattutto sono privi di pupilla, quindi ciechi. Qui si raggiunge la consapevolezza ulteriore di essere di fronte a una simulazione prodotta da una macchina che, oltre a non aver mai visto in faccia un fotografo, non potrà mai generare degli occhi che possano realmente vedere e vivere la realtà. Essi, che stentano a rimare aperti, si chiudonocompletamente nell’immagine successiva, celandosi e rafforzando quest’idea di ottenebramento che verrà portata infine all’estremo nell’ultima foto della sequenza: un viso dove non esistono più le cavità oculari, completamente ostruite dalle due palpebre ormai saldate permanentemente assieme. Questi inquietanti strati di pelle, che portano i fantocci alla cecità definitiva, spero possano essere un promemoria efficacie della bellezza e dell’ insostituibilità dello sguardo di ogni singolo essere umano, ricordando che cosa significa per un fotografo immortalarlo: cogliere un briciolo dell’essenza dell’altro entrando in un rapporto che passa attraverso i suoi veri occhi.